Il vicentino Antonio Pigafetta: il primo italiano a compiere il giro del mondo

Il vicentino Antonio Pigafetta: il primo italiano a compiere il giro del mondo

Il vicentino Antonio Pigafetta raccolse in un diario i tre anni della storica spedizione dei navigatori Fernando Magellano e Juan Sebastiánvicentino-antonio-pigafetta-italiano-giro-del-mondoAntonio Pigafetta FOTO 1 Elcano.

Se il primo viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492 fu molto avventuroso, quello di Fernão de Magalhães, conosciuto oggi da noi come Magellano, e le sue cinque navi non fu da meno. Episodi rocamboleschi, scoperte casuali, conflitti armati e perfino la morte del capo spedizione contribuirono a renderlo leggendario. Fu forse meno noto di quello di Colombo, ma altrettanto importante per la storia dell’umanità.

Magellano, come Colombo, riteneva possibile e conveniente raggiungere l’Asia e le isole delle spezie navigando verso ovest. Il problema era come superare le nuove terre scoperte accidentalmente dal navigatore genovese. Esploratori e cartografi concordavano sul fatto che a nord o a sud del nuovo continente dovesse esserci un passaggio per navigare oltre quelle terre. Inoltre la scoperta nel 1513 da parte del conquistatore spagnolo Vasco Nuñez Balboa di un altro mare oltre Panama, battezzato “Mare del Sud”, aveva rafforzato questa idea.

Magellano, come Colombo, cercò il patrocinio del proprio sovrano a Lisbona, ma anche Re Manuele, come il suo predecessore, non sostenne l’ambizioso progetto. Il navigatore portoghese trovò allora udienza presso i Reali spagnoli, che questa volta non esitarono a dare il via libera all’impresa. Si credeva che se Magellano avesse avuto ragione, per le navi spagnole sarebbe stato molto più conveniente e sicuro raggiungere le Molucche evitando di circumnavigare l’Africa, i cui porti erano di fatto controllati dal Portogallo, o attraversare le insidiose terre controllate dagli Ottomani.

A Magellano furono messe a disposizione cinque navi e 237 uomini, venti dei quali italiani che il 10 agosto 1519, dal porto fluviale di Siviglia, vicentino-antonio-pigafetta-italiano-giro-del-mondoAntonio Pigafetta FOTO 1 intrapresero un epico viaggio che passò alla storia in tono minore a confronto con quello di Colombo. Le navi si chiamavano Trinidad, San Antonio, Concepción, Victoria e Santiago e già dopo pochi chilometri percorsi sul fiume Guadalquivir furono bloccate, ancora prima di entrare in mare. Alle autorità andaluse sembrava alquanto strano che un portoghese guidasse una spedizione sotto la corona spagnola, tanto che la questione fu risolta dopo circa un mese. Ripetendo quella che oramai era la strada per le Americhe, le cinque navi si fermarono alle isole Canarie, scegliendo questa volta la spiaggia del Médano, alle pendici della Montaña Roja dell’isola di Tenerife, ultimo territorio conquistato dall’Adelantado Alonso Fernández de Lugo. Durante il viaggio tra la Spagna e l’arcipelago delle Canarie la spedizione venne attentamente sorvegliata da navi portoghesi.

Rispetto all’itinerario dei viaggi di Colombo, Magellano puntò molto più a sud, considerato che era indispensabile proseguire l’esplorazione dell’America meridionale alla ricerca di un passaggio per poterla superare. Le navi sostarono a lungo nei pressi della foce del Rio de Janeiro ( chiamato così perché scoperto il primo giorno dell’anno) e poi del Rio de la Plata, rendendosi conto poi che entrambi i fiumi non potevano essere un passaggio verso l’altro mare, tratti in inganno dalla inconsueta vastità della loro foce. Quando giunse nei pressi dello stretto sudamericano che conosciamo oggi col suo nome, Magellano dovette abbandonare già due navi delle cinque al suo comando: la tempestosità delle acque e dei venti atlantici, però, sembrarono un lontano ricordo in quel nuovo placido bacino oceanico battezzato appunto da Magellano  “Pacifico”. Pigafetta racconta con crudele realtà le condizioni di vita a bordo delle caravelle durante la lunga traversata del Pacifico : “.. mangiarono quanto biscotto avevano, e quando non ne ebber più mangiavano la polvere di quello, la qual era piena di vermini, che puzzava grandemente dell’orina di sorzi; bevvero l’acqua che era diventata gialla e guasta già molti giorni. Mangiarono appresso certe pelli con le quali erano ravvolte alcune corde grosse delle navi, e dette pelli erano durissime per cagion del sole, pioggia e venti, ma essi le mettevano in molle per quattro o cinque giorni nel mare, e poi le cocevano in una pignatta e mangiavanle. Ad alcuni crebbero le gengive tanto sopra li denti che, non potendo masticare, se ne morivan miserabilmente: e per tal cagione morirono dicennove uomini…., e venticinque o trenta furono tanto ammalati che non si potevano aiutar delle mani né delle braccia…Spesso ci si riduceva a cibarsi di segatura, e anche i topi, così repellenti per l’uomo, erano diventati un alimento così delicato che si pagava mezzo ducado per ciascuno.”

Quella avventurosa esplorazione non ebbe però un epilogo felice per il suo ammiraglio: nella battaglia di Mactan (27 aprile 1521), nelle Filippine, i guerrieri di una tribù locale ferirono a morte Magellano la cui salma non farà mai ritorno in patria.

Il nuovo comandante della spedizione divenne il capitano vasco Juan Sebastián Elcano, mentre fu deciso di affondare la Concepción, dato che tre navi con pochissimi uomini sarebbero state ingovernabili. Successivamente le due navi, avendo opinioni differenti su quale strada intraprendere per il ritorno, si divisero. La Victoria con a bordo Elcano e Pigafetta proseguì verso ovest, mentre la Trinidad decise di tornare indietro per la stessa strada del viaggio di andata attraverso il Pacifico. Quest’ultima non fece molta strada dato che fu catturata da navi portoghesi che sequestrarono il carico e misero agli arresti tutto l’equipaggio.

La Victoria attraversò l’oceano Indiano, doppiò il Capo di Buona Speranza e sempre più danneggiata fu costretta a fermarsi nelle isole di Capo Verde, possedimento portoghese al largo delle coste atlantiche dell’Africa. Anche questa volta non mancarono i problemi, visto che una parte dell’equipaggio fu incarcerata. Rifornitesi di viveri e con le riparazioni non completate, i superstiti della lunga spedizione attorno al mondo fecero rotta su Siviglia, dove arrivarono due anni, undici mesi e diciassette giorni dopo la loro partenza. Complessivamente, considerando i cinque prigionieri sopravvissuti della Trinidad e i tredici arrestati a Capo Verde, tornarono in Spagna in tempi diversi trentasei uomini che effettuarono il primo giro del mondo della storia.

Elcano, Pigafetta e altri membri della spedizione furono ricevuti dal sovrano spagnolo Carlo V. Non furono tributati loro particolari onori, probabilmente perché con un clima politico sempre più teso tra Spagna e Portogallo si voleva minimizzare l’esito di un’impresa concepita da un portoghese.

La memoria quell’epico viaggio, però, giungerà sino a noi grazie al prezioso contributo di Antonio Pigafetta, il primo italiano a vicentino-antonio-pigafetta-italiano-giro-del-mondoAntonio Pigafetta FOTO 1 circumnavigare il globo. L’importanza di questo rilevante successo per la storia della nautica e per il progresso della cartografia spetta proprio a questo vicentino, nato nello stesso anno della scoperta di Colombo , nel 1492, il quale dedicò parte della sua vita alla cronaca e alla trasmissione di questo resoconto di viaggio. Dell’infanzia e della gioventù di Antonio Pigafetta si sa piuttosto poco. È noto comunque che Pigafetta era l’unico discendente di un’antica famiglia nobiliare di Vicenza e che fece parte dei Cavalieri dell’Ordine di Rodi. Si sa anche che fin da giovinetto egli ebbe un solo desiderio: quello di navigare. Visse infatti nell’epoca delle grandi scoperte geografiche e i viaggi verso paesi sconosciuti attiravano i più ardimentosi.

Per giornate intere Pigafetta si rinchiudeva nella sua stanza a studiare carte geografiche, libri di navigazione, strumenti nautici e a ideare grandi spedizioni navali di cui egli avrebbe voluto esserne a capo. Fu così che Antonio Pigafetta, dopo alcuni preparativi, nel 1519 lasciò Vicenza e giunse in Spagna con Francesco Chiericati, un illustre prelato suo concittadino, che era Nunzio Apostolico presso il re Carlo V di Spagna. A Barcellona lo avvisarono che un navigatore portoghese (ndr Fernando Magellano) aveva presentato al Re di Spagna un ambizioso progetto di una rischiosa e rivoluzionaria esplorazione per mare. Magellano avrebbe voluto raggiungere le isole Molucche navigando verso ponente e passando dall’Atlantico al Pacifico attraverso un via acquea che era convinto dovesse esistere. Senza esitare, il nobile vicentino si recò a Siviglia per conferire direttamente con Magellano portando con sé una lettera di raccomandazione del Nunzio Apostolico di Papa Leone X.

Si arruolò come sobresaliente (traducibile come soldato, uomo d’arme), ma ben presto seppe conquistarsi la stima dell’ammiraglio portoghese a bordo della Trinidad grazie alle sue doti cronistiche, alla sua preparazione scientifica e alla sua sincera passione per le scoperte geografiche. Testimone oculare di quello storico viaggio, dal suo diario ci sono pervenuti numerosi dettagli. Scritto in una sorta di lingua franca, un italiano antico con forti contaminazioni linguistiche di veneto e spagnolo, “Relazioni al primo viaggio intorno al mondo” di Antonio Pigafetta è oggi considerato la fonte più rappresentativa sulla epopea di Magellano, offrendo al lettore una documentata cronologia dei fatti e una folta descrizione di luoghi allora remoti come la Patagonia.  Ammirava Magellano come un idolo e lo si nota come racconta la sua morte nella battaglia di Mactán e addirittura gli attribuisce una guarigione miracolosa di un infermo nell’isola di Cebú, nelle attuali Filippine.

Il testo di Pigafetta è considerato per una ricorrente precisione scientifica : racconta ciò che vede, senza aggiunte e particolari commenti. Lo scrittore Gabriel García Márquez, al ricevimento del premio Nobel per la Letteratura, omaggiò l’opera di Pigafetta affermando che questi “ scrisse una cronaca rigorosa, che, nonostante tutto, sembrava un’avventura dell’immaginazione” Sorprende l’aspetto naturalistico nelle descrizioni della sconosciuta flora e fauna che incontra e raccoglie con la freddezza di un rapporto giudiziario i costumi delle popolazioni indigene, dall’infibulazione al cannibalismo. “Tutti cominciarono a mangiar le carni de’ nimici, i quali non mangiano tutti in un instante, ma fattoli in pezzi li mettono al fumo, e un giorno ne mangiano un pezzo lesso e l’altro un arrosto, per memoria delli lor nimici”. Altro esempio come “ il costume del Re di Bacan, che prima di entrare in combattimento faceva sì che uno schiavo lo sodomizzasse due o tre volte”.

Le sue parole non sono esenti di una certa soggettività, non citando mai il capitano Elcano in nessun momento, nonostante Juan Sebastian Elcano riuscì a salvare le navi dal groviglio delle Isole Filippine. La relazione tra Pigafetta e l’ultimo capitano della spedizione sembra essere inesistente. Un antipatia alimentata dalla sfiducia dei marinai spagnoli, i quali non sopportavano l’idea che un portoghese potesse dirigere un’impresa finanziata da Carlo V e dai commercianti spagnoli, desiderosi di arricchirsi con le spezie – zafferano, cannella, chiodi di garofano…- tanto ricercate in Europa e che solo si potevano acquistare pagando un prezzo elevatissimo agli intermediari che le prendevano dalle Molucche. I capitani spagnoli che accompagnavano Magellano sulle cinque caravelle “lo avevano in gran odio”, notava Pigafetta.

Durante i mesi che questi moderni argonauti trascorsero nell’attuale Indonesia vi furono numerosi conflitti commerciali tra le due potenze iberiche e il rientro per la costa dell’Africa era come il gioco del gatto ed il topo tra Elcano e i portoghesi che ordinarono la caccia ai sopravvissuti dell’impresa. Il viaggio proseguì tra tempeste, fame, scorbuto e scaramucce con gli indigeni, fino a raggiungere le agoniate Molucche e riempire finalmente le navi con le preziose spezie. Nonostante la precisione giornalistica di Pigafetta, nel diario vi sono diversi salti temporali, settimane in cui non vi è una frase scritta di suo pugno, probabilmente a causa di calme assolute o durante le numerose avarie subite dalle imbarcazioni.

Quando l’8 settembre 1522 nel porto fluviale di Siviglia viene gettata l’ancora della Victoria, unica nave in piedi delle cinque iniziali, con 18 uomini affamati sotto il comando di Elcano, Pigafetta viaggia subito a Valladolid per offrire all’imperatore la testimonianza scritta dell’intera avventura. Sobrio e conciso, lo studioso vicentino racconta che si allontanò dalla casa reale “lo prima possibile” in cerca di un editore presso altre corti europee che però non si mostrarono particolarmente interessate. Solo nel 1530 il Maestro dell’Ordine di Rodi in Italia lo animò a completare la relazione che fu poi scritto in italiano e dedicato allo stesso sostenitore e per questa ragione il manoscritto, di cui non rimane traccia, viene steso con uno stile epistolario e pubblicato nel 1536 a Venezia, cinque anni dopo la sua morte. La prima copia del libro fu trovata solo alla fine del 1700.

Oltre alla verifica sul campo che la Terra fosse sferica, cosa che non era in dubbio ma che nessuno aveva mai dimostrato, il viaggio servì a comprendere che il pianeta era molto più grande di tutte le previsioni fatte da cartografi o navigatori. Furono scoperte isole, osservate nuove costellazioni, trovato il passaggio a sud del continente sudamericano, attraversato l’Oceano Pacifico, ma ci fu anche qualcosa che lasciò stupiti tutti i membri della spedizione arrivati fino a Capo Verde, in particolare lo stesso Pigafetta.

Siccome l’italiano teneva aggiornato il diario di bordo della nave, fu sorpreso dal fatto che arrivati nelle isole portoghesi i propri marinai avessero riferito che era giovedì 10 luglio. A bordo della nave erano tutti convinti che fosse mercoledì 9. Arrivati in Spagna si ripeté la stessa situazione. A bordo della Victoria era il 5 settembre, a terra era il 6 dello stesso mese. Il fenomeno oggi è facilmente spiegabile grazie alla conoscenza dei fusi orari e la problematica è stata successivamente risolta dall’introduzione della linea del cambiamento data. Dopo due anni, undici mesi e diciassette giorni di navigazione, Pigafetta e gli uomini della Victoria scoprirono che viaggiando sempre verso ovest si perde un giorno di calendario, mentre muovendosi verso oriente lo si guadagna.

Articolo del S.Tenente CC. Pil. cpl  (r)  Giuseppe Coviello

UNUCI – Sezione all’Estero Spagna / Is. Canarie

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