NESSUNO TOCCA CAINO DAL 1881 A TENERIFE

L’ultima garrota a Puerto de la Cruz

101_l'ultima esecuzione a Puerto-disegno di Marcos Baeza Carrillo (1858-1915)

GARROTA. I begli occhi, tristi e fieri al contempo, di Daniel Brühl mentre percorre il corridoio che lo condurrà diretto verso la vile macchina da morte nel film di Manuel Huerga Salvador – 26 anni contro, biopic sulla vita del giovane catalano Salvador Puig Antich tristemente noto per essere stato l’ultima persona giustiziata mediante garrota nella Spagna di Franco il 2 marzo 1974 alle ore 9,40 della mattina.

Appena qualche anno fa.

1974: passato prossimo. Per molti dei lettori, sicuramente già nati, felici ricordi di infanzia e giovinezza. 1974: notizie di cronaca che ora sono già storia recente …  referendum abrogativo sul divorzio con la vittoria dei no, strage di Piazza della Loggia a Brescia, nascita de Il Giornale di Indro Montanelli, strage del treno Italicus, la Lazio che ottiene il suo primo scudetto, l’Italia che fa una figura barbina uscendo al primo turno ai Mondiali di calcio in Germania vinti dalla Germania, allora ovest (corsi e ricorsi storici … avesse ragione Giambattista Vico!). 1974, ieri cronaca e oggi già storia. Ma la storia della pena capitale in Europa è ben lungi dal finire. Nella civilissima Francia dobbiamo attendere il 1977 per l’ultima esecuzione mediante ghigliottina, mentre nei paesi dell’ex blocco sovietico addirittura gli anni novanta. La Russia la abolisce ufficialmente nel 2009, con l’ultima esecuzione nel 1999, ma in Bielorussia è tuttora vigente, per fucilazione!. Come si vede la pena capitale non è solo prerogativa dell’ambigua Cina, del ipertecnologico e contraddittorio Giappone o dei controversi Stati Uniti. Europa, Bielorussia, ultima esecuzione capitale 14 aprile 2014. Così lontani ma così vicini.

Le Canarie sono sempre state per storia, cultura, tradizioni un po’ un mondo a parte rispetto alla Spagna peninsulare. Anche in questo caso hanno sottolineato la loro differenza. L’ultima esecuzione mediante garrota avvenne a Tenerife, nel lontano 1881 a Puerto de la Cruz… Correva l’anno 1873 e al Puerto arriva un giovane ventiquattrenne britannico di nome James Wilson Crighton Morris. È il cassiere/contabile di una ditta inglese di proprietà dello zio, Thomas Miller, che ha nel Puerto una sede. Il giovane ha la grande responsabilità della cassaforte dell’impresa e per tale ragione è solito portare con se’ la chiave attaccata a una catena assieme al suo orologio d’oro. Passeggiando per le strade del Puerto non manca l’occasione di ostentare questi suoi “monili” avendo il vezzo di girare vorticosamente la catena alla quale sono appesi, sotto lo sguardo dei passanti e soprattutto delle passanti. E sì perché il damerino inglese esibendo vistosamente il suo status di uomo di fiducia dell’impresa spera di ottenere quante più possibili avventure amorose con le giovani del luogo.

Due loschi figuri o forse più semplicemente due poveri diavoli (dipende dai punti di vista), privi di precedenti penali, il carpentiere trentottenne Manuel Brito, con moglie e quattro figli a carico desideroso di trasferirsi a Cuba per cercar fortuna e il muratore quarantacinquenne Pedro Armas Lopez, con moglie e un figlio a carico e con una situazione debitoria pesante alle spalle, adocchiano il bellimbusto in men che non si dica. Conoscendo il debole di J.W.Morris per il gentil sesso gli tendono una trappola per rubargli la chiave della cassaforte. Uno dei due lo avvicina dicendogli che una bellissima giovane portuense arde dalla brama di conoscerlo (pubblicamente parlando) e che è pronta ad incontrarlo presso la spiaggia accanto al Castillo di San Felipe (odierna Playa Jardin).

104_luogo dell'assassinio

La notte del 25 novembre 1878 nuvolosa, fredda e oscura, uno dei due accompagna il damerino inglese all’appuntamento. L’altro lo attende travestito da donna. Alle 19,30, col favor delle tenebre e del freddo ha luogo l’agguato: i due pugnalano a morte J.W.Morris rubandogli, oltre la chiave della cassaforte, anche l’orologio d’oro, la catena, un medaglione d’oro e una pistola. Prontamente si recano alla sede della ditta commerciale situata in Calle del Sol (oggi Calle Nieves Ravelo) per svuotare la cassaforte. Il furto viene scoperto la mattina seguente.

La seconda parte del piano di Manuel e Pedro prevede l’occultamento del cadavere. e dove meglio occultarlo se non nel vicino Cimitero di San Carlos? All’alba del giorno seguente trasportano il corpo fino alla tomba della nobildonna Maria de La Guerra y Hoyo, Marchesa di San Andres e Vicecontessa del Buen Paso. Stanchi, nervosi, impauriti e non avvezzi al crimine, per la fretta nel deporre il corpo, rompono la lapide. Alcuni giorni dopo il fattaccio, nel cimitero si sta celebrando il funerale della povera Rosalia Eulalia Martin Garcia, morta a soli due anni per polmonite. I genitori della piccola hanno dimenticato la licenza municipale di sepoltura e devono andarla a prendere a Los Realejos, città in cui abitano, sospendendo momentaneamente l’inumazione. Mentre si attende l’arrivo del documento, un giovane cieco, Juan Garcia Oliveira, famoso per il suo straordinario senso dell’olfatto, avverte un fortissimo odore di putrefazione.

106_cimitero di San carlos

Gli astanti insieme al giovane non vedente, cominciano ad annusare le tombe e dopo un certo numero di tentativi si scopre provenire un cattivissimo odore dalla tomba di Doña Maria de La Guerra y Hoyo, sulla cui lapide si scorge una fenditura dalla quale escono ed entrano mosche verdi, cosa assai singolare dal momento che la nobildonna era passata a miglior vita da ormai venticinque anni. Viene avvertito l’Alcalde che accorre insieme al Giudice, che autorizza l’apertura della tomba e la riesumazione del cadavere. Che sorpresa quando prima dei poveri resti di Doña Maria viene alla luce il corpo di un giovane in avanzato stato di decomposizione, ma nei cui tratti non era difficile riconoscere J.W.Morris, del quale era stata denunciata la scomparsa. L’autopsia stabilisce che la vittima era morta circa ottanta ore prima a seguito di strangolamento e successivamente pugnalata. Al cadavere viene data degna sepoltura nel vicino Cimitero Protestante. Cominciano le indagini. Si ricostruiscono le ultime ore di vita del giovane inglese, si interrogano i possibili testimoni della sua ultima passeggiata tra calle San Juan e Plaza del Charco. Ma si viene a capo dell’inchiesta solo a seguito di una lettera anonima che accusa Pedro Armas Lopez. Costui confessa il crimine e fa il nome del complice, Manuel Brito. I due vengono portati al carcere de La Orotava e sottoposti a un ferreo regime che non prevede alcun contatto fra loro. Il 1 giugno 1881 sono condotti all’antico convento di Nuestra Señora de las Nieves dove viene letta loro  la sentenza di morte. Lo stesso giorno viene eretto il patibolo con due garrote nell’area adiacente il Castillo San Felipe, ironia della sorte non lontano dal luogo in cui morì J.W.Morris. Alle 7,45 della mattina del 2 luglio 1881, di fronte alla cittadinanza obbligata per volere della rappresentanza inglese nell’isola, allora molto influente economicamente, ad assistere all’esecuzione (deterrente per il crimine), mediante la crudele macchina di morte, vengono giustiziati i due loschi figuri/poveri diavoli accompagnati dal suono delle campane di tutta la città.

Sono solita spesso aprire i miei pezzi evocando un film che mi ha particolarmente colpito. Questa volta vorrei anche chiudere l’articolo suggerendo la visione di una pellicola spagnola del 1963, di Luis Garcia Berlanga, che ha come protagonista il nostro Nino Manfredi, dialoghi italiani addirittura di Ennio Flaiano e fotografia di Tonino Delli Colli: la ballata del boia (in spagnolo El Verdugo). É narrata la storia di un uomo tranquillo che per conservare l’appartamento concesso dal governo si trova costretto a intraprendere la professione del suocero: il boia. Con la scusa che di esecuzioni capitali non se ne vedevano da anni, viene convinto ad accettare, ma non di buon grado. Invece viene chiamato per una esecuzione. Indeciso se dimettersi e perdere il privilegio dell’appartamento sperando, comunque, che il condannato, gravemente infermo muoia per morte naturale, é tormentato da mille dubbi e sensi di colpa. Memorabile scena finale in cui la figura di Caino assume toni sfumati … un pamphlet ironico contro la pena di morte e le contraddizioni della Spagna franchista in pieno regime.

Siamo proprio sicuri che per rendere giustizia ad Abele sia necessario uccidere il violento Caino? Non è forse il lavoro a nobilitare l’uomo? Lavoro, sofferenza, espiazione … . Giustizia si, ma senza vendetta. Carla Galanti – Tenerife

fonti: Amnesty International, Nessuno tocchi Caino