La danza fallica delle Canarie: il “pámpano roto”

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Rituali di fertilità, cerimonie propiziatorie, danze falliche pagane: ovunque nel mondo, culture primitive testimoniano la presenza di questi riti. Non sorprende quindi l’idea che anche alle Canarie avessero luogo queste cerimonie. Incuriosisce però sapere che il “pámpano roto”, una danza di origine preispanica, sia arrivata fino a principio del XX secolo. Nel suggestivo Barranco de Guayadeque, a Gran Canaria, qualcuno, se pur riluttante, si ricorda dei propri nonni raccontare di momenti legati a questo ballo. Il “pámpano” è in realtà la foglia di vite, ma qui abbiamo a che fare con foglie della pianta polinesiana taro, che alle Canarie si chiama ñamera canaria, caratterizzata da foglie grandi e venuzzate, che possono arrivare fino a 60 cm di lunghezza e 40 di larghezza.

E proprio queste foglie, per l’esattezza sette di queste, venivano usate dalle giovani donne, che si spogliavano dei loro indumenti, per coprire le parti intime. Cominciava quindi la danza, “el baile del pámpano roto”, a suon di tamburi, nelle grotte, e alla luce di sole candele. Uomini e donne si disponevano in file contrapposte, completamente nudi, fatta eccezione appunto, per le donne, che utilizzavano le foglie di ñamera, non solo grandi, ma anche particolarmente resistenti.

A questo punto gli uomini, con il membro eretto e le mani dietro la schiena, dovevano cercare di perforare le foglie, per arrivare all’obiettivo. Nel corso dei secoli la danza si evolse, fino ad diventare una semplice espressione ludica in cui la donna volgeva le spalle all’uomo, non più nudi e non più impegnati in rituali di conquista. Non è forse un caso che questa “tradizione” si sia conservata così proprio nel Barranco de Guayadeque. Studi archeologici confermano che in questo barranco esisteva un insediamento aborigeno che risale addirittura alla preistoria.

La “conquista” spagnola non ha modificato di molto le condizioni ambientali, perché la geomorfologia di quest’area, particolarmente isolata, ha consentito che queste  si preservassero per molto tempo praticamente invariate. Basti pensare che alla fine degli anni ’70 del secolo scorso la popolazione era la stessa registrata in un documento del XVIII secolo.  Nonostante le ricerche etnografiche a riguardo abbiano coinvolto risorse anche su territorio nazionale, non si è mai riusciti a scoprire perché questa danza sia rimasta circoscritta solo all’isola di Gran Canaria e probabilmente solo al barranco di Guayadeque.

Ma non è l’unico fenomeno misterioso. Quasi ogni isola dell’arcipelago ci racconta di aspetti determinanti della sfera sociale e familiare che non si sono ripetuti nelle altre isole. Per esempio a Lanzarote, secondo quanto riportano le cronache dei Conquistadores, ogni donna aveva tre uomini, che svolgevano la loro funzione principale a rotazione e per la durata di un mese, mentre gli altri due collaboravano nell’economia domestica.

Pare che  le donne a La Palma fossero invece particolarmente imponenti e che durante la conquista da parte degli spagnoli non esitassero ad uccidere i nemici con impressionante ferocia. Sembra che a La Gomera sia uomini che donne andassero in giro nudi, e che i rapporti sessuali si dessero di forma spontanea, che gli abitanti dell’isola passassero le giornate cantando, ballando e praticando sesso. Sembra infine che a Tenerife, per quanto prevalesse il matrimonio monogamico, i maschi non disprezzassero comunque di avere tante donne quanto erano in grado di possedere.

Francesca Passini

Sitografia: abc.es; cervantesvirtual.com; eljardinbonito.es; etnografiayfolclore.org