Il famoso “Risco Caído” una vasta facciata di “toba” friabile

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Il famoso “Risco Caído” una vasta facciata di “toba” friabile. Sono in Artenara, paesello di Gran Canaria (a 1200 metri s.l.m.) appollaiato proprio sul ciglio della immensa Caldera di Tejeda nel cuore stesso del grande vulcano a scudo che emerse dalle acque circa 14 milioni d’anni fa (quando ancora Tenerife gemeva laggiù nell’oceano); dormo in una casagrotta (neologismo tutto mio per indicare una casa, la cui stanza da letto altro non è che…una antica grotta appena appena ritoccata), giusto nel centro dell’abitato, per raggiungere in tempo, in piena aurora, il famoso Risco Caído.

Mi accompagna Daniel, una giovane guida locale, e Manuel (il “chófer” della “furgoneta”); la strada, stretta e asfaltata, scende da Artenara tortuosamente fino a che, di colpo, semplicemente… non c’è piú! Capisco che proprio di lí comincia il sentiero che ci porterà al Risco; ci si avvia, infatti, per un percorso erbaceo a malapena distinguibile  fra sterpaglie, artemisie argentate dal pungente odore d’incenso, fiori d’un giallo brillante dell’hipericum reflexum, “bequeques” antiasmatici e (potevano non mancare?), le succulenti agavi che dal lontano Mexico son venute fin qui a colonizzare (anche loro!) queste isole; intravedo alcuni esemplari di “brezos” (le nostre eriche), testimoni superstiti di un’antica foresta di laurisilva che ricopriva in tempi remoti questo stesso territorio.

Il sentiero si addentra sempre di più nel Barranco Hondo, fiancheggiando poderose pareti di “toba” vulcanica (per noi è il morbido tufo); ad un tratto, Daniel si ferma e mi indica sulla destra un frontone di roccia a strati verticali baroccamente ondulati: sono le forme geologiche di un’antica laguna che lasciò sulla parete (un tempo la sua riva) l’impronta delle sue acque! Intanto vedo laggiù, serpeggiante, il fondo del burrone e, dall’altra parte sulla parete opposta, ancora tante casegrotte imbiancate: un autentico moderno villaggio troglodita!

Ma subito dopo la “laguna”, fatti solo pochi passi, eccolo davanti a noi il Risco Caído! Si tratta di una vasta facciata di “toba” friabile nella quale, scavate artificialmente sul margine sinistro del Barranco Hondo, si aprono tre grotte ben allineate e tutte rivolte ad oriente!

L’alba è già nata da un pezzo! Daniel apre la porta della grotta più famosa (quella dove vivremo a breve l’evento equinoziale, per intenderci) e così entriamo in uno spazio circolare che mi sorprende, se penso alla usuale tipologia delle grotte aborigene; ma la sorpresa non finisce qui! Ricavata (sempre artificialmente) nel vano della grotta, si apre verso l’alto, e a circa 4 metri dal suolo, una vera e propria cupola perfettamente ellittica!!! Mai visto una cosa simile qui nelle Canarie! Ma, come nelle scatole cinesi, ecco venir fuori un’altra sorpresa… piú sorprendente: a metà della cupola, sul versante est, una fenditura rettangolare fa da piccola finestra sul cielo!!! Immaginate un po’: è proprio attraverso questo rudimentale oblò intenzionalmente elaborato che passerà, a momenti, il raggio dell’ultimo sole equinoziale nella grotta, indicando di fatto l’inizio dell’autunno!!! Il sole stesso ritornerà in questa grotta, infatti, soltanto nel prossimo equinozio di primavera!

Con la sua torcia Daniel illumina il pavimento che presenta tante pozzette circolari che non hanno fra di loro, però, connessione alcuna (al contrario del sistema cerimoniale di “pozzette e canaletti” cosí diffusi sulle altre isole); sollevando la torcia, indica ancora le tante incisioni geometriche (alcune a bassorilievo) praticate sulla parete circolare proprio a ovest, nella direzione opposta alla fenditura: sono figure geometriche (ne ho contate almeno 30) triangolari (tendenzialmente equilateri) col VERTICE SUPERIORE CAPOVOLTO.

Ma non posso distrarmi: è arrivato il momento! Esile, pallido, quasi timido, si è intrufolato nel buio della grotta, attraversando la fenditura, un raggio di sole: sembra un filo sottilissimo d’atomi impazziti! Il raggio sfiora con una carezza umida, dipingendolo d’un giallo delicato, un triangolo rovesciato inciso profondamente sulla parete!!! Il miracolo equinoziale si è compiuto! Ora sí che sappiamo d’essere stati in un “ALMOGARÉN”, nel sacro tempio degli antichi aborigeni canari, dove venivano sí scanditi i ritmi delle stagioni (secondo un vero e proprio calendario astronomico), ma dove si tenevano anche, e soprattutto, riti e cerimonie propiziatrici della fertilità!

I triangoli equilateri rovesciati sono da sempre considerati dagli esperti rappresentazioni simboliche della fertilità, alludendo chiaramente e in maniera inequivoca la figura geometrica stessa alla vagina della donna o, come direbbe Anaïs Nin, al Delta di Venere; ebbene, che cosa scopriamo in questo magico Almogarén?

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Che i triangoli rovesciati (e,quindi,l’organo femminile) vengono “penetrati” a turno (dall’equinozio di primavera all’equinozio d’autunno) dai raggi del sole!!! Ma non è, questa, un’immagine miticamente poderosa di un atto erotico cosmico e umano ad un tempo?

Insomma, la natura calendariale della grotta risulta, a questo punto, innegabilmente in relazione con le pratiche rituali aborigene della fertilità; e, infatti, nelle altre due grotte contigue, troviamo ancora triangoli pubici femminili e così pure in un’altra grotta detta della “Paja” (distante almeno 300 metri ad ovest del Risco Caído); per non parlare della famosa grotta “de los Candiles” (su cui varrebbe la pena scrivere un articolo a parte), situata fra Tejeda e Artenara! Qui, in questa grotta a pianta rettangolare di un solo immenso vano, le pareti sono completamente ricoperte da profonde incisioni rupestri raffiguranti tutte… il Delta di Venere!!! Venivano vissuti lí dentro, in piena oscurità, riti orgiastici propiziatori della fertilità chiamati “notte dell’errore” o “notte della felicità”!

Si configurerebbe in questo territorio, per quello che stiamo scoprendo, un vero percorso sacro disseminato di santuari, una specie di pellegrinaggio come avviene con la Mecca per i musulmani o con Gerusalemme per i cattolici!

Oppure, dobbiamo riconoscere che fu l’intero territorio della Caldera di Tejeda a costituire per gli aborigeni un unico, immenso SPAZIO SACRALIZZATO (come lo era per i Guanci la Caldera del Teide nei raduni estivi di transumanza).

Ma avete presente la Caldera di Tejeda?

Isolati (per erosione differenziata), solenni, ieratici ed inquietanti (come lo sono i MOAI dell’isola di Pasqua) si ergono, nello scenario di “tempesta pietrificata” della Caldera, Roque Bentayga (molto vicino ad Artenara) e, molto più lontano e più in alto, Roque Nublo, circondato da un alone di leggendaria inaccessibilità!Domi vulcanici d’impressionante dominio visivo capaci di suscitare quel “numinoso” (per dirla con il teologo Rudolf Otto) che è, poi,l’esperienza originaria del sacro, l’alba (direi) d’ogni qualsiasi atteggiamento religioso.

Una ultima considerazione mi va di fare ed è quella riguardante l’ossessivo ripetersi dei triangoli “vaginali” che indicherebbero il prevalere, nel seno della società aborigena canaria, di costumi alquanto MATRIARCALI (simili, del resto, a tante altre società del neolitico), e sicuramente MATRILINEARI (come sta risultando dai lavori dell’archeologia); ricordo che in Tenerife, invece,  vigevano norme sociali di tipo marcatamente PATRIARCALE.

L’esibizione ridondante dell’organo riproduttore femminile in Gran Canaria ci dice, perciò, che la donna aveva in questa società aborigena un ruolo importante perché partecipava, con la terra e col sole, allo stesso processo cosmico di fecondazione della vita così ben rappresentato dalla complessa scenografia rituale, mitica ed astronomica che si dà, ad ogni equinozio, nel Risco Caído.

Gianni Galatone lucreziocaro@hotmail.com

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