Il caso di Laconia: un nome, due tragedie. Destinazioni canarie mai raggiunte e di prigionieri di guerra italiani.

La necessità di dare un nome all’ambiente che ci circonda, come agli oggetti che creiamo, accompagna da sempre l’evoluzione umana. Così anche nel caso di navi e imbarcazioni. Diversi i criteri, a seconda dei paesi di costruzione, di vicende storiche e sociali, di luoghi o personaggi, che finiscono per determinare la scelta dei nomi. Nell’onomastica navale, esiste un’ “omonimia” particolarmente sconcertante, perché in entrambi i casi si tratta di navi protagoniste di tragici eventi. Il nome in questione è Laconia, o Lakonia. La Laconia (in greco antico: Λακωνία, Lakonía) è una regione storica dell’antica Grecia, capitale di Sparta, ma non si sa se sia questa la spiegazione che determinò l’assegnazione di questo nome per due diverse navi.

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Lakonia fu una elegante nave da crociera, diretta alle Canarie, passata tragicamente alla storia nel 1963, quando subì un incendio a bordo che determinò la morte di centinaia di persone. La tragedia della Lakonia, che ebbe origine a 180 miglia a nord di Funchal (Madeira), non ha però niente a che vedere con l’affondamento del transatlantico Laconia, avvenuto nel 1942.

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Qui la tragedia vede protagonista un transatlantico inglese, l’RMS Laconia, di proprietà della società Cunard Line. Venne varato nel 1921, ma requisito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale dalla marina militare britannica e convertito in mercantile armato, un cargo incrociatore, per il trasporto di uomini, truppe e prigionieri di guerra. Nella sua nuova funzione, il Laconia cominciò ad effettuare traversate dalla Gran Bretagna fino all’Africa, per trasportare le truppe inglesi che combattevano sul territorio contro i tedeschi.
Nel luglio del 1942, in seguito alla prima battaglia di El Alamein, durante lo scontro armato tra l’Impero britannico e le forze italo-tedesche, nella città egiziana vennero fatti prigionieri 1.800 soldati italiani.

Alcuni mesi dopo il Laconia si accingeva ad effettuare una traversata atlantica, diretto verso gli Stati Uniti, dove si sarebbero dovuti consegnare i prigionieri italiani stipati nella nave, che in quel momento trasportava un totale di circa 2.500 persone.
Esattamente la notte del 12 settembre, il transatlantico procedeva a luci spente e zigzagando, per evitare di essere intercettata dai sottomarini tedeschi. Ma si trattava di una nave militare, che batteva bandiera nemica, e quando il periscopio dell’U-Boot 156 avvistò la Laconia, il capitano del sottomarino tedesco Werner Hartenstein non esitò a far silurare la nave, ignaro che a bordo vi fossero prigionieri italiani. Nei giorni successivi, le sorti dei naufraghi ebbero dei risvolti particolarmente drammatici, che coinvolsero i principali paesi belligeranti in un caso tanto complesso quanto crudele, per terminare con la morte di circa 1600 persone, nella quasi totalità prigionieri italiani.
Diversa la storia della nave da crociera.

Era il natale del 1963 e i passeggeri del Lakonia avevano comprato il biglietto con l’intenzione di passare il Natale sotto il caldo sole delle Canarie. Ma il 22 dicembre la nave prese fuoco, morirono 128 persone, di cui 95 passeggeri e 33 membri dell’equipaggio. Cinque navi mercantili cercarono di venire in soccorso del Lakonia. La prima arrivò quattro ore dopo la prima richiesta di soccorso, perché ci furono errori nel tentativo di localizzare l’esatta posizione. L’imbarcazione era salpata dal porto inglese di Southampton e, dopo una breve visita alle Azzorre, si verificò un incendio nelle cucine, in pieno alto mare.

In realtà solo 53 persone morirono nell’incendio. Il resto delle vittime non sopravvisse alle conseguenze dovute all’esposizione ai gas, per annegamento o per lesioni subite cadendo in mare. Il destino beffardo volle che la sera dell’incendio il capitano del Lakonia avesse invitato i passeggeri a partecipare ad un ballo in maschera con premio finale.
Proprio durante la consegna del premio cominciarono a suonare le sirene, ma i passeggeri pensarono si trattasse di un suono prodotto per festeggiare la serata. Contemporaneamente, altri passeggeri assistevano alla proiezione di un film, e quando videro formarsi i primi fumi, pensarono anch’essi che ciò che succedeva fosse dovuto alla festa. Nemmeno chi scelse di andare a dormire presto poté avvertire immediatamente il reale pericolo. Ma alle ore 00.22, il capitano ordinò di abbandonare la nave.

Anche se già diretta verso le Canarie, la nave emise l’allarme che venne captato a 3.000 chilometri di distanza dal servizio di salvataggio marino degli Stati Uniti. Aerei decollarono da Gibilterra, ma il combustibile non era sufficiente, mentre cinque navi si trovavano a 100 miglia di distanza. Non appena possibile, gli aerei lanciarono canotti di salvataggio per 600 persone, sapendo però che sulla nave viaggiavano 1.022 persone, mentre le operazioni di salvataggio avvenivano nella confusione più totale.
Gli ufficiali davano istruzioni contraddittorie e l’equipaggio, composto da persone che parlavano lingue diverse, non sapeva come comportarsi. Il fumo generava tensione e creava panico. L’acqua era gelata. Anziani e bambini furono i primi a morire. Il giorno dopo, il mare si presentava come una coperta di rifiuti, resti di nave e corpi senza vita. Una nave di soccorso riuscì a portare in salvo 478 turisti, mentre la portaerei britannica Centaur raccolse 55 corpi. Il rimorchiatore norvegese Herkules rimorchiò ciò che rimaneva della nave fino a Funchal.

La destinazione Canarie non venne mai raggiunta.
Francesca Passini

Sitografia: abc.es/espana/canarias/abci-lakonia-mortal-crucero-navidad-nunca-llego-canarias-201612181939_noticia.html – cronologia.leonardo.it/battaglie/batta108.htm – exordio.com/1939-1945/civilis/vdomestica/laconia.html – segretidellastoria.wordpress.com/2013/09/14/laffondamento-del-laconia/